Vitorchiano – 21 e 22 gennaio 2023

 

Incontro e celebrazione liturgica
al monastero delle trappiste

 

 

 

 

 

 

 

Perchè abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza

Un rapporto di amicizia “storico” quello col Monastero Trappiste di Vitorchiano, nella cui cappella laterale riposa la Beata Maria Gabriella dell’Unità, una vita offerta per l’unità dei cristiani; una passione che è fecondità, come dimostrano i numerosi monasteri che, da Vitorchiano,  sono nati in diverse parti del mondo tra cui ultimamente in Portogallo.

Un’amicizia e un richiamo che padre Scalfi ha accolto come un dono offerto a noi, perchè vivendo “in Cristo e nell’unità in Cristo” ci sia data una pienezza di vita feconda per tutti.

L’incontro per raccontare l’attualità di padre Romano nella complessità della situazione che siamo chiamati a vivere. “La responsabilità di quello che accade ci è data proprio come dimensione del cuore; nulla ci è estraneo della realtà. Ogni fatto entra in quello che siamo, viene a far parte della nostra umanità”.

La Divina Liturgia ci ridona il senso ultimo delle cose; nel brano di Vangelo che ci racconta di Zaccheo si capisce bene che l’uomo desidera di incontrare Gesù, il figlio di Dio che incarna la bellezza, la giustizia, il bene…e Gesù accoglie questo desiderio e alza il suo sguardo su di noi per invitarci a ospitarLo nella nostra casa.

Incontro: celebrare i cento anni di padre Romano

Celebrare i cento anni di padre Romano: 

don Paolo Polesana

al Monastero Trappiste di Vitorchiano – 21 gennaio 2023

 

 

Quest’anno celebriamo cento anni dalla nascita di padre Romano Scalfi. Per questo, dunque, siamo qui: per ricordare la sua persona, ciò che lui ha fatto in noi e tra noi, per ritornare alle fonti del suo carisma e della sua opera. Come immagino saprete, tutto l’orientamento di padre Scalfi alla missione russa e alla Russia cristiana, è scaturito proprio da una Divina Liturgia.

Era entrato nel Seminario Minore di Trento da ragazzo con l’idea di diventare missionario, ma non sapeva dove. Fu appunto quando alcuni gesuiti dal Pontificio Collegio Russicum vennero al seminario di Trento che le cose presero una certa direzione. I gesuiti celebrarono la Divina Liturgia e padre Scalfi rimase così affascinato dalla bellezza della tradizione liturgica bizantina da capire che era lì che doveva spendere il suo apostolato, la sua missione, il suo essere sacerdote.

Ed è molto bello che a Russia Cristiana questa origine, questo punto di scaturigine di tutta l’esperienza, sia sempre rimasto, perché padre Romano, dopo essere anche lui entrato al Russicum, ha portato con sé questo tesoro prezioso e a partire da questa radice poi è venuto fuori tutto quanto. Quindi tutti noi di Russia Cristiana, in particolare certamente tutti noi qui del coro, ci siamo abbeverati tante volte a questa fonte di spiritualità, a questa fonte autentica della vita della Chiesa, che è la liturgia bizantina, ed è molto bello poterla condividere con altri.

Negli ultimi mesi sono già successe due cose belle che riguardano il Centenario, che vorrei ora riassumere. La prima è che siamo tornati al Russicum il 15 ottobre 2022, dopo aver partecipato all’udienza che papa Francesco ha concesso per i cento anni dalla nascita di don Giussani. È stata per noi davvero l’occasione per tornare lì dove tutto è cominciato. È stata una grande grazia, perché siamo stati accolti in un modo molto caloroso. È stato davvero molto significativo, perché ci siamo resi conto che quell’intuizione che aveva caratterizzato gli inizi del Russicum, cioè il fatto di preparare sacerdoti per una missione russa in modo che imparassero e vivessero della spiritualità che da mille anni permea quel popolo, questa intuizione si era concretizzata, aveva realizzato qualcosa fuori dal Russicum e questo qualcosa eravamo noi. È stato, ho avuto un po’ questa impressione, come quando ci si rincontra tra parenti dopo tanti anni.

L’altra cosa è stata la visita alla famiglia di padre Scalfi. È infatti nostra intenzione tornare a Tione tutti quanti insieme per festeggiare i cento anni di padre Scalfi nell’ottobre del 2023. Così siamo andati a parlare di questo desiderio ai parenti di padre Scalfi che vivono a Tione e loro ci hanno donato un tesoro grandissimo: le lettere, lo scambio epistolare tra padre Romano e tutti gli altri membri della famiglia. È un tesoro grandissimo perché riguarda quel periodo della sua vita in cui nessuno di noi era presente. Ci è stato consegnato un grandissimo tesoro, che vogliamo scoprire sempre di più è rendercelo sempre più famigliare.

Una delle lettere che più mi ha colpito è quella in cui padre Scalfi, arrivato a Bergamo, scrive da quella che sarebbe diventata l’attuale sede di Russia Cristiana, villa Ambiveri. Padre romano si trovava in quello stesso posto che ci è diventato tanto familiare e che noi riconosciamo come casa sua. In quel momento guardava a quel posto dicendosi: «Chissà cosa succederà?». Non avendo dentro nessuna certezza, nessuna idea di quello che poi sarebbe davvero successo, scrive alla famiglia e dice: «Qui faremo il Russicum dei laici».

È stata una grande emozione per me, perché padre Romano non aveva usato la parola Russia Cristiana ma aveva usato il nome che aveva connotato la sua intuizione missionaria fino ad allora: il Russicum. Questo è un grande insegnamento, certamente: l’idea che bisogna approfondire ciò che il Signore ha già dato. Le cose poi fioriscono, prendono anche un nome diverso e forme nuove, ma questo è quello che ha fatto padre Scalfi: ci ha dato quello che lui ha trovato, perché qualcun altro lo aveva educato e gli aveva dato ricchezze che lui non sapeva darsi da solo.

Ora è chiaro che questa missione russa, questa idea di dedicarsi alla Russia, aveva dentro di sé inevitabilmente il compito dell’unità, il compito della preghiera e del lavoro perché la divisione fra i cristiani e fra le Chiese possa presto risolversi. E potersi abbeverare a quelle fonti di tradizione spirituale che sono comuni a due Chiese, che però non possono celebrare insieme, non può che far venire nostalgia che questa unità si realizzi presto!

Davvero tutta la vita di padre Romano è stata anche dominata dal desiderio dell’unità e dall’amore all’ecumenismo. Per padre Romano l’ecumenismo era il cuore del cristianesimo, perché ecumenismo significa rimanere fedeli al desiderio di Cristo scaturito proprio nell’Ultima Cena ed espresso nella preghiera sacerdotale: «Che siano una cosa sola, come io e Te siamo una cosa sola» (Gv 17,22). Lui ha vissuto l’impegno dell’ecumenismo non come una delle tante cose che doveva fare, ma come il compito centrale. Poiché siamo nel mezzo dell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, che padre Scalfi ci ha sempre proposto in modo entusiasta, è bello ritornare al suo insegnamento sull’ecumenismo.

Padre Scalfi non è più tra di noi, ma ci ha insegnato molto ed è giusto tornare a questi insegnamenti. Lo facciamo in un momento in cui il desiderio di unità, il cammino verso l’unità, è quanto mai contraddetto dalla situazione contemporanea. C’è infatti una guerra tra nazioni i cui fedeli in larga maggioranza sono ortodossi e all’interno dello stesso gregge, guidato dallo stesso pastore. Quindi vi è una divisione violenta che sta lacerando in un modo davvero dolorosissimo il corpo di Cristo e della Chiesa. Ci si chiede che senso abbia tutto questo, visto che non si vedono molti spazi di manovra.

Una delle cose di cui mi sono reso conto pensando alla persona di padre Romano è come lui abbia incarnato e fatto proprie le intuizioni che gli venivano date. Padre Scalfi voleva capire come fare l’unità non da sé, ma ascoltando, ascoltando le persone con le quali cercava l’unità e cioè, in questo caso, con gli ortodossi del Patriarcato di Mosca.

Quando padre Scalfi parlava dei compiti dell’ecumenismo citava quello che aveva ascoltato da sacerdoti ortodossi. Uno di questi insegnamenti era: «I muri che ci dividono non raggiungono il cielo» e l’altra era: «Ma cosa dobbiamo fare? Che i cattolici siano sempre più cattolici, che gli ortodossi siano sempre più ortodossi e questo non potrà che unirci».

Io mi rendo conto di quanto queste due intuizioni, che lui ci ha ripetuto spesso, siano davvero molto importanti. Sono importanti perché lui le ha ascoltate da altri e proprio da coloro con i quali cercava l’unità. Questo come metodo è molto bello, molto importante: non andare verso l’altro insegnandoli come si fa ad andare d’accordo ma, al contrario, imparare dall’altro come si fa ad andare d’accordo.

Queste due frasi mi sembra che raccontino del fondamento e del destino della Chiesa: dire che «le barriere che ci separano non arrivano fino in cielo» significa affermare che nella chiesa trionfante non ci saranno le divisioni: è molto semplice! È un fatto semplice dal punto di vista della fede ma poco riflesso. Significa che noi ci troveremo lì con le persone con le quali adesso siamo divisi. Si può dunque cominciare a vivere adesso come membra dello stesso corpo, cioè sentendosi appartenere alla medesima chiesa.

Allo stesso modo, anche il compito di ritornare ai fondamenti, «che i cattolici siano sempre più cattolici e che gli ortodossi sempre più ortodossi», ci aiuta ad andare alla radice di tutto, che è Gesù Cristo. E quando un fedele cammina sinceramente verso Cristo non può che avvicinarsi agli altri. Credo che questa intuizione abbia fondato quell’idea che lui spesso ha espresso, cioè dell’ecumenismo come missione.

Questa idea è molto originale, perché tutti, anche adesso, hanno un po’ paura dell’ecumenismo. Lo si ritiene un’occasione di intromissione e magari anche di «furto delle anime» da una parte o dall’altra. Infatti padre Scalfi, che seguiva sempre con particolare passione e attenzione tutte le vicende della contemporaneità in Russia, si rammaricava del fatto che dopo l’indipendenza, quindi quando la Chiesa aveva cominciato a vivere liberamente, parlava dell’ecumenismo come di proselitismo. I rapporti erano cominciati così da una parte e dall’altra.

Per questo la missione, l’andare ad annunciare il Vangelo a persone che non appartengono o hanno perso l’appartenenza alla Chiesa, è evidentemente la cosa che sembra più lontana dall’ecumenismo, che è invece il contesto in cui dobbiamo impegnarci a rispettare i nostri confini da buoni vicini, come succede tra Stati senza sconfinare da una parte o dall’altra. Dire invece che affermare «i cattolici siano più cattolici e gli ortodossi più ortodossi e questo non può che unirci» significa interpretare l’ecumenismo come missione, cioè come approfondimento del proprio rapporto con Dio, come consolidamento della comunione personale e interpersonale della vita di comunità in Cristo. Quindi padre Scalfi ci ha molto educato in questo e, come appunto vi dicevo, ci ha proposto proprio dei credenti ortodossi come dei maestri in questo lavoro.

Questa urgenza missionaria ce l’aveva anche il caro padre Alexsandr Men, amico di padre Scalfi tragicamente ucciso nel 1990, proprio verso la fine del regime sovietico. Padre Men diceva spesso una cosa riguardo all’urgenza missionaria: «Il momento più difficile per la Chiesa verrà quando ci permetteranno di parlare. Allora ci vergogneremo di non essere pronti a testimoniare. Sfortunatamente, non ci stiamo preparando a farlo». Davvero questo atteggiamento era anche sempre molto presente in padre Romano, che lavorava sempre moltissimo e si preparava sempre molto all’incontro con chiunque.

È significativo il fatto che lui abbia vissuto molto poco in Russia: quell’idea iniziale di andare a vivere in Russia e vivere lì come missionario non si era concretizzata, era svanita abbastanza in fretta, e lui si era dovuto accontentare di fare qualche viaggio, cosa che a un certo punto non gli è stata nemmeno più permessa. Ma quando poi ha potuto tornare, padre Romano ha proseguito molto volentieri a mandare altri laggiù! Infatti la nostra presenza in Russia è legata ad altre persone che non sono padre Romano e che lui ha preparato. Anche questo è davvero molto importante, perché padre Scalfi ci ha sempre coinvolti, ci ha sempre reso parte di una missione che lui sapeva di non potere fare da solo. Questo viene certamente anche dalla Liturgia, perché la liturgia latina, se un prete è in ritardo e deve dire la messa, la può dire anche da solo, ma questo non succede nella Divina Liturgia, che è proprio davvero una piccola sintesi di tutta la Chiesa: non la si può celebrare senza il coro, senza la solennità e la comunitarietà che essa richiede. Vedo chiaramente la capacità di padre Scalfi di condividere il lavoro per l’opera proprio come si deve condividere il lavoro comune nella celebrazione liturgica.

 

Dicevo che padre Scalfi aveva una particolare passione per l’oggi della Russia e questo si è riflesso anche nella rivista «Russia Cristiana», negli aggiornamenti che lui continuamente proponeva ascoltando anche la voce dei cristiani perseguitati, la voce del samizdat, cioè di tutto quel grande fiume della letteratura clandestina dentro la quale si riflettevano anche i migliori auspici e i miglior desideri, le migliori opere dei credenti e i migliori desideri di unità.

Lui ha raccolto lettere, testimonianze di comunità ortodosse che, per approfondire la fede e per «diventare più ortodossi» come ho detto prima, leggevano insieme i decreti del Concilio Vaticano II. Questo è davvero molto significativo: padre Scalfi ci ha mostrato e ha condiviso con noi delle esperienze di reale unità e questo conta molto, perché è così che ci si abitua a vivere insieme.

Padre Scalfi, poi, ci ha insegnato a non guardare innanzitutto ai difetti dell’interlocutore, che magari sono  evidentissimi, ci ha chiesto di non guardare a queste cose con un dito puntato. Uno degli insegnamenti che ha condiviso con noi è quello di un altro sacerdote ortodosso, padre Alexander Schmemann, che in una omelia per la Domenica del Perdono, che è la domenica che precede l’inizio della Quaresima, diceva così: «La coscienza è la misteriosa profondità di noi stessi, da cui ci giungono il pentimento e un appassionato desiderio di purificazione, rinascita, correzione. È proprio il pentimento, questa voce della coscienza, a condurci – come primo passo sulla via della purificazione – al desiderio di perdonare e di essere perdonati. Perché? Ma perché è la Coscienza a mostrarci chiaramente l’essenza stessa del male e della menzogna, come divisione, come colpa davanti agli altri. Dostoevskij l’ha messa sulle labbra dello stare Zosima: “Ciascuno davanti a tutti è colpevole di tutto”». Questa è una frase davvero molto forte e che viene dalla saggezza spirituale ortodossa. Come ci si può sentire colpevoli di ciò che non si è fatto? E lo stesso padre Schmemann prosegue: «Di primo acchito queste parole ci sembrano non solo un ‘intollerabile esagerazione, ma addirittura un ‘assurdità. “Che colpa ho io davanti agli altri?”, si chiede risentito e borioso il nostro intelletto, la nostra coscienza “esteriore”». Invece è possibile condividere la pena e la penitenza per un comune cammino di conversione. E questo perché, come dicevo prima, se davvero l’intuizione che ha avuto padre Scalfi di guardare alla Chiesa ortodossa come alla propria Chiesa, di sentirsi parte di un corpo sì diviso ma destinato all’unità e già unito in Cristo, ebbene allora non si guarda più all’altro come a un rivale, dicendo: «Ecco queste cose noi non le faremo mai. Meno male che noi non facciamo così». Anzi è l’occasione di vedere che anche noi facciamo esattamente così! Tutti noi viviamo in questo stesso mondo e a contatto con le stesse tentazioni, che sono le nostre e non sono solo quelle dei cattolici o dei protestanti o degli ortodossi. E quindi l’ecumenismo è anche un ecumenismo del pentimento e della conversione.

 

Un ultima cosa: uno dei compiti di Russia Cristiana è quello di raccontare segni di speranza, perché questo è importante: laddove il male fa spettacolo, cioè è roboante, fa vedere molto la sua potenza, il bene e la speranza sembrano piccoli e sono dei piccoli lumicini che però si possono notare, si possono incontrare.

Uno di questi esempi è la lettera di Natale scritta da alcuni cristiani ortodossi. Questi cristiani, anche laici, queste persone credenti, spiegano pubblicamente il dovere evangelico di amare persino i propri nemici e di operare per la pace. Questa è una testimonianza di grande coraggio, una testimonianza che il Vangelo, anche in un momento in cui magari il terreno della vita ecclesiale risulta piuttosto sassoso, riesce a sbocciare, riesce a germogliare. È quindi proprio raccogliendo questi semi e facendoli crescere dentro il nostro cuore, rendendolo sempre di più un terreno fertile, che questi semi di unità, di giustizia e di pace possono davvero radicare e diventare una fonte di vita.

Omelia di don Paolo Polesana alla Divina Liturgia

Luca, 19, 1-10

Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

 

Il lezionario della liturgia bizantina oggi ci propone l’episodio di Zaccheo, il pubblicano di Gerico. Questo momento dell’anno liturgico corrisponde per certi versi alla fine del Tempo Ordinario nel rito Romano, quando contempliamo Gesù mentre termina il suo pellegrinaggio verso Gerusalemme. E infatti Gerico è una delle ultime tappe di Gesù prima dell’ingresso nella città dove avrebbe dovuto rendere la sua testimonianza. Entrando in questa città è attorniato da una folla, la folla dei suoi discepoli e degli abitanti di Gerico accorsi.

Che immagine chiara! Una descrizione molto bella della Chiesa: Gesù è in mezzo a noi ma da un certo punto di vista, con i nostri corpi, noi gli facciamo schermo. E questo non è fuori dal piano divino, ma è così nella logica dell’Incarnazione, che continua anche nella vita quotidiana: Gesù cammina attraverso la storia ed è in mezzo a questo popolo che siamo noi. Ma chi vuole vedere Gesù deve un po’ ingegnarsi: come Zaccheo, che sale sul sicomoro per riuscire a vederlo direttamente.

Ecco, il Vangelo non dice: «E così Zaccheo riuscì a vedere Gesù!». No! Dice: «Gesù alzò lo sguardo e lo vide, lo chiamò: “Zaccheo, scendi, non è quello il tuo posto”».

Molto interessante questa piccola sottolineatura che fa il testo: «Gesù alza lo sguardo». È interessante che Gesù per incontrarci deve alzare lo sguardo. Questa è la prospettiva di Cristo, colui che dal fondo della nostra umanità, guardando verso il Padre, incrocia con il suo sguardo il mondo, incrocia il nostro sguardo e ci chiama, ci chiama a sé, ci chiama alla conversione.

Ecco, questa conversione è scandalosa: alcuni mormorano, perché questo chiamare a sé i peccatori, questo rendere puro ciò che è impuro, è segno della purificazione del mondo ed è un compito del Messia. Quindi Gesù, mentre fa questo gesto così bello e così accogliente, sta dichiarando anche la propria identità con un gesto plateale.

Ed è per questo che coloro che desideravano aspettare il Messia in modo indefinito, come qualcosa che in fondo non sarebbe dovuta accadere, mormorano e sono un po’ scontenti di questo gesto, perché non vogliono credere che colui che hanno visto, colui che ha detto quelle parole è il vero Messia.

È una delle tentazioni della mentalità religiosa: cercare di vivere gestendo la propria giornata e la propria vita con la coscienza di sapere già tutto di Dio. Ci si vanta di conosce i segni dell’arrivo del Signore, ma in fondo si usa questa intelligenza per dire che Egli non è qui, che la sua presenza non può realizzarsi concretamente.

Invece il Signore c’è e ci cambia davvero, cambia i peggiori fra di noi –perché questo era Zaccheo. Per questo il Signore dichiara la sua vocazione: «Io sono qui per recuperare ciò che era perduto».

E allora davvero nel nostro cammino di conversione, nel cammino di conversione di tutta la Chiesa, sentiamoci quella pecorella smarrita che il pastore buono è venuto a prendere, perché è per questo che Dio è venuto fra di noi, ed è per questo che Egli rimane e ci incontra sempre.

Apriamo davvero il nostro cuore a lui perché Egli ci guarda, ci guarda mentre osserva il Padre celeste. Noi siamo nella traccia di questo sguardo. Pieni di commozione per questo privilegio di amore di cui siamo fatti oggetto preghiamo gli uni per gli altri e affidiamo tutta la nostra vita a Cristo, nostro Dio.

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